giovedì, 15 marzo 2007
copertina Camelot


CAMELOT - L'invenzione della Tavola Rotonda
Teresa Buongiorno
Salani - Gli Istrici n°222

175 pagine – 7,50 euro
Illustrazioni di Grazia Nidasio





Un giorno di ormai parecchi anni fa, in uno dei miei rari pomeriggi casalinghi e telvisivi, mi passò davanti agli occhi Ellen Mirren, bardata in un mantello di rete, che interpretava Morgana nell' Excalibur  di John Boorman. Allora non potevo saperlo più di tanto, ma la fascinazione che quelle immagini avrebbero avuto sulla fantasia di una bambina di cinque anni era tanto forte che tutt'ora, sentendo "Analnatrak ut was bethod dokiel dienvei" mi salgono i brividi e la testa fugge a rincorrere la barca di Avalon verso la terra dove i Cavalieri della Tavola Rotonda compiono epiche imprese, dove Cavalieri Verdi sfidano il più nobile e dove il saggio Merlino tesse le trame di una delle storie più belle del mondo.

Sì, ho una passione di lunga data per il ciclo arturiano e non potevo quindi esimermi dal leggere Camelot di Teresa Buongiorno.

Non è facile scrivere delle avventure di Artù e compagni senza scivolare nel già visto, già letto e già sentito, non è facile mettere insieme una narrazione organica che comprenda tutte le sfaccettature importanti del mito Arturiano senza risultare verbosi e pedanti e, soprattutto, è ancora meno facile farlo per bambini. Teresa Buongiorno ci riesce e già questo è un merito che basterebbe a consigliare il suo Camelot a chiunque abbia amato questo genere di storie.

Camelot è un libro scorrevole, piacevole, scivola via come niente e finsce prima ancora di rendersi conto che si è stati conquistati da questa versione diaristica delle vite di Merlino, Morgana, Artù, Ginevra, Lancillotto e Galahad, forse addirittura troppo in fretta, tanto da lasciare un po' insoddisfatti. Forse però non è del tutto un difetto questo, come quando i dietologi consigliano di alzarsi sempre da tavola con un po' di fame residua...
In fondo la materia è talmente vasta e ricca che c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Chi ne volesse di più, una volta finito di leggere Camelot, potrebbe gettarsi a capofitto nell'esplorazione dei testi citati nella bibliografia, che comprende romanzi, testi di storia, leggende, guide turistiche, film e saggi, sufficienti per incamminarsi e perdersi nel mondo meraviglioso del ciclo arturiano e placare (almeno temporaneamente) quel languorino con cui il romanzo di Teresa Buongiorno ci lascia alla fine.

Una bibliografia ben curata, dunque, e abbiamo cominciato dalla fine del libro. Per tornare al principio, va deto che Camelot è scritto con un linguaggio piacevolisimo, colloquiale ma mai basso, che cambia a seconda della penna che sta narrando la storia. La penna, perché, come detto prima, questo romanzo è un diario, che all'inizio appartiene ad un giovanissimo Merlino, ancora bambino e appena affacciato alle soglie del suo destino, per poi passare nelle mani di Morgana, anni dopo, colta proprio negli anni in cui dovrà allevare il fratello Artù e passare poi a sua volta il diario al futuro Re, quando questo partirà per essere addestrato presso la casa di Ser Ector.
E' la storia di un libro, in fondo, quella che ci viene raccontata, di pagine bianche pronte ad accogliere i pensieri e i racconti dei protgonisti di questa storia, rendendoli fratelli di penna e traghettandoli, come fa la misteriosa barca di Avalon, dall'inizio alla conclusione della vicenda.

E' un bel modo di raccontare, che permette all'autrice di divertirsi a cambiare registro a seconda dell'età, del sesso e della condizione dei suoi personaggi, riuscendo a far sentire al lettore un'affinità spontanea con tutti quanti i protagonisti/narratori. Persino Ginevra, che a chi scrive è sempre stata follemente antipatica, conquista il lettore con la sua saggia dolcezza e riesce a diventare una figura importante e positiva mentre ogni cosa attorno a lei pare crollare.
Divertenti e molto gustosi i riferimenti continui che l'autrice dissemina per tutto il romanzo, mescolando abilmente citazioni colte e popolari, tracce di leggenda e storia fuse assieme con mano abile di chi è a suo agio a raccontare il passato usando il presente.

Insomma, non ha difetti queto Camelot?
Beh, forse uno sì, ovvero quello di farci entrare in così forte empatia con i personaggi, raccontandoci la storia proprio dal loro intimo e personale punto di vista, per poi non permetterci un congedo come si deve, cosa che lascia un po' di amaro in bocca.
L'ultimo narratore, Galahad, chiude la storia come deve fare, ma vorremmo rileggere di Artù assediato dagli anni e Merlino, prigioniero d'amore, Morgana sull'isola, Lancillotto folle, Ginevra solitaria... Dispiace lasciarli senza un commiato e rimante un po' di nostalgia per il mondo da cui si parte girando l'ultima pagina.


PERCHE' LO CONSIGLIO
Perché è un bellissimo viaggio, non solito e non banale, perché è divertente e appassionate e perché è un bellissimo modo di entrare in contatto con uno dei miti più belli di sempre.

PER QUALE ETA'

E' un romanzo che si lascia leggere con scorrevole spemplicità, anche se forse certe allusioni si colgono solo con qualche annetto in più alle spalle. Dai nove dieci anni ai 99.

COME INIZIA

Con una bella cartina della Britannia, con la spiegazione di chi sono i personaggi della storia e delle loro parentele, con una premessa manzoniana ("Quando è stato ritrovato, in una vecchia biblioteca dimenticata, questo libro aveva pagine di pergamena..." ), un piccolo punto della situazione e poi, finalmente, così:


"Merlino.

Tutto è incominciato con l'arrivo dello stranero. E' venuto fuori dalla nebbia, una sera, come un fantasma. O un Ladro. Ma non c'è niente da rubare, da noi. E quanto ai fantasmi, sono di casa.
"
Scritto da: 0uroboros alle ore 20:37 | Permalink | commenti
categoria:miti e leggende, romanzi, istrici
martedì, 30 gennaio 2007
copertina

IL LIBRO DELLE TORTE
Giovanna Zoboli | Francesca Ghermandi
Topipittori (2006)

96 pagine – 15 euro
Progetto grafico: Giovanna Durì
Impaginazione: Raffaella De Reggi
Stampa: Grafiche AZ (Vr)




UNA TRAMA
Non è un libro di ricette! La copertina parla chiaro e chi si aspettasse l’ennesimo résumé culinario rimarrebbe sconcertato. Ma non è nemmeno un antiricettario, visto che la parola, in bocca, ha sempre un menu.
Il libro delle torte fa parte della collana ‘Parola magica’, che abbiamo conosciuto con Filastrocca ventosa per bambini col fiato corto (Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani, Topipittori 2004) e Filastrocca acqua e sapone per bambini coi piedi sporchi (Giovanna Zoboli e Maja Celija, Topipittori 2004). Un distico sulla quarta di copertina ne precisa il contenuto: “poesie da recitare insieme ai bambini come formule magiche | per superare gli ostacoli lungo il cammino delle giornate”.

Se nel 2004 le difficoltà si superavano con un soffio liberatorio o con un tuffo nella vasca da bagno, nel 2007, sembra dire Il libro delle torte, ciò che serve si chiama fegataccio. Unito a un coltivato senso dell’umorismo, permette di non soccombere al bestiario quotidiano osservato da vicino.

Nella migliore delle ipotesi, Il libro delle torte, ci salva dai mostri con l’antidoto della risata. Nella peggiore, ci fa arrossire, infuriare, nascondere per giorni. Lo smacco di non capire è quello maggiore.
È un libro difficile, perché oltrepassare la soglia della semplificazione espressiva che generalmente ci pedina – ecco ‘gli ostacoli lungo il cammino delle giornate’! – significa riappropriarsi di ciò che facile non è. E per riuscire in questo compito, non c’è che faticare, studiare, ridere di sé.
Vediamo come.

Fedele al proposito di una scrittura in versi, qui Giovanna Zoboli va oltre la filastrocca e compone un canzoniere complesso che alterna il sonetto alla ninna nanna, la ballata al rap, il cha cha cha alla parabola.
Ci torna a mente o lo apprendiamo, che una poesia è fatta di endecasillabi (Capitò che una bella Coca Cola), ottonari (Tre brioche ed un cornetto), quartine (Grassi, unti, coloranti, | pesticidi diserbanti: | dentro il cibo sai com’è, | può finirci non sai che.), terzine (un odore di finto e d’insincero. | Infatti, il panettone qui in questione, | era prodotto in serie, a dir il vero) o versi liberi (*lauta mancia a chi fornirà | informazioni utili). Che rimare non è banale se origina passione (il cascamorto bruno la fissava | e quella tutta quanta liquefava), manda in galera (alla torta mandò una citazione | quanto al cannolo spedito fu in prigione) o al diavolo (Con che stile hanno peccato, | queste gioie del palato).
E che lo si può fare in tanti modi: citando Dante (a quell’idillio non fu galeotto | un caustico bicchiere di chinotto) o per troncamento (Dice una: «Portatemi la boule: | il marmo freddo mi fa un gran mal di cul!»); con rima baciata (C’eran tre paste, meglio pastarelle, | sembravan dolci ed eran cattivelle. | La prima tanto zucchero colava | che al primo sguardo di lei ci si fidava), alternata (Che gran classe, quale charme | ha quel dolce bighellone | nella nota beauty farm | della prima colazione) o incatenata come la terzina dantesca (Un giorno, tre tarme, padre, madre e figlia, | vollero traslocare da un maglione | per un luogo più acconcio alla famiglia. | Adocchiarono un certo panettone, | uvette, canditi ad ogni piano, | farcito all’ananasso e zabaione | un tipo per niente popolano | molto adatto a tarme di livello | con arredi in stile hollywodiano.)

Ne avevamo avuto un esilarante assaggio nel marzo 2002, con Parabola delle arachidi svergognate e Errori di una torta di riso, sulla rivista ‘mercuriodeipiccoli’ (anno I n. 1).
Se si ride non è per la stortaggine dei musi, ma per effetto della ‘lingua’, colonna del racconto testuale e visivo che con ritmo conduce il ballo degli equivoci e delle manie.

Nessuno ha dubbi su cosa siano pizza, mousse e tartine, cannoli, stracchino, pâté. Ma molto ci sfugge di quello che normalmente i cibi fanno: innamorarsi, litigare, ammalarsi, viaggiare, andare al bar, in treno e stare a letto.

Un Sonetto delle cadute di stile apre la raccolta in compagnia di una mosca e di un pelo. L’avvertimento è dato e la pista si addice a ogni tipo di incontro: sconveniente e romantico, raffinato e scaduto, molle e tostato.

Tono e presenze non tradiscono la loro provenienza, che è quella quotidiana e di massa, imbevuta di tic e di intelletto pervicacemente esile. Ma con quale galassia linguistica e convinzione di segno, ce la propongono Giovanna Zoboli e Francesca Ghermandi! Con che spasso e armi affilate! I posteri ne ricaveranno un utile compendio sociologico. Per adesso, accontentiamoci di unirlo ai libri da leggere a dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, settanta, ottanta e novant’anni. E oltre. «Hae sunt divae illae grassae nymphaeque colantes, | albergum quarum, regio propriusque terenus | clauditur in quodam mundi cantone remosso, | quem Spagnolorum nondum garavella catavit». «Queste sono le famose dee grasse, le ninfe che colano unto, la cui residenza, il paese, il territorio loro proprio è nascosto in un remoto angolo del mondo, che nessuna caravella degli Spagnoli ha ancora scoperto». (Teofilo Folengo, Baldus, Torino, Utet 1997, l. I, pp. 70-71).

Stiamo all’inferno e stiamo in paradiso; a spasso con Folengo, a cena con Gadda. Quando ti capita? Parlare del brutto con strumenti di alta raffineria metrica e stilistica.
Il libro delle torte è un fuoriclasse e una speranza, per chi ha «gambe come due spàragi. Idioti dentro la capa più che se la fosse fatta di un tubero, infanti una pur che fosse favella: dopo dodici generazioni di granoturco e di migragna dai piedi verdi venuti fuori anche loro dall’Arca bastarda delle generazioni, a cercar di barbugliare una qualche loro millanteria tirchia nel foro: lo sbilenco foro di Pastrufazio! venuti giù, giù, dai formaggini fetenti del Monte Viejo alle più trombose bocciature dell’Uguirre, muti e acefali in castigliano, sordi al latino, reprobi al greco, inetti alle istorie, col cervello sotto zero in geometria e in aritmetica, non sufficienti nel tiralinee, perfino con la geografia erano insufficienti […] E come a culo indietro discende la nave, così essi, il maggior numero, come nave o gambero, e proprio perché gamberi, a culo indietro, in ragione dei loro non-titoli, discendevano e scivolavano felicemente nel mondo. Pittati di un loro splendore nuovo. E altri, nelle cui gote floride sotto la lucentezza nardosa de’capegli si percepiva di leggieri un’adolescenza alla flanellina, e al rosbiffe. Aiole di rosbiffe!». (Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Milano, Garzanti 1997, cap. VI, pp. 132-133).

Solo tre vengono risparmiati non si sa come: un cornetto mattiniero, una sfoglia sognatrice e un formaggio stagionato. Zoboli e Ghermandi pronunciano una sentenza pirotecnica. Al bando cialtroni e condomini. Al bando turpiloquio, litanie e il ‘parla come magni’.

Niente colori, eccetto la copertina. Si fa spazio ampiamente la dieta Ghermandi: anche le immagini si leggono; anche il bianconero vive; il bianconero, lo dice il termine, mette nero su bianco, cioè scrive, testimonia e, perché no spietatamente, è maestro di disamore e vaneggiamento. Fa giustizia.


Francesca Ghermandi, di questi tempi in libreria anche con Al solito posto (scritto con Pina Varriale per orecchio acerbo, 2006) e Un’estate a Tombstone (COMIX, 2006), scoperchia ad ogni occasione gli umani difetti.
Dal titolo in poi è una caduta in picchiata. Con ghigno e l’intrusione di rumori fuori scena, prende a stilettare negli occhi e nelle bocche, nelle orbite e sui denti. Si fa beffa di sovrani laidi, regine cretine, e il potere finalmente suda, puzza, si squaglia. Fa schifo o pena.

Restano impressi alcuni tipi che in frigo o in autobus, incontriamo tutti i giorni. Il libro delle torte siamo noi.



PERCHÉ LO CONSIGLIO
Perché è un libro non facile che parla del brutto senza censure. Strilla composto, sbrodola in cornice. È doppio. È uno. Contro la stupidità, l’apparenza, l’analfabetismo.
Le autrici avvisano: il tanfo della spocchia non ha eguali.

NOTE
Ci sono termini che si evidenziano per il loro carattere corsivo. Non solo appartenenti al repertorio gastronomico. Sono parole diverse: nomi desueti (aspic); più difficili a scriversi che a dirsi (ragoût); stranieri (beauty farm); che scritti non suonano come detti (cha cha cha); che come detti e scritti hanno più di un significato (golf); comunissimi (sandwich), a tal punto usurati, da perderne spesso la corretta successione di vocali e consonanti, per non parlare degli accenti. Il libro delle torte, che è generoso, ce ne offre gentilmente trentaquattro. Sarà il caso di far tesoro di questo vocabolarietto e apprestarsi ad usarlo.


COME INIZIA
Non dico come inizia, ma riporto per intero Canzoncina del formaggio stagionato e vi saluto.


Un giorno, un signore di formaggio
saltò su un treno per andare in viaggio,
e percorsa una montagna assai massiccia
finì in un paese di salsiccia,

con abitanti in puro suino
e strade e condomini in budellino,
autobus in coppa ed in guanciale
e camicie in prosciutto di cinghiale.

Ma avvezzo alla gente di robiola,
ai palazzi e alle vie di gorgonzola,
ad auto e carrozze in mozzarella
e scarpe e borsette in caciottella,

in quel paese si sentì perduto
e riprese quel treno, risoluto.
Che gioia fu, poi, quella mattina,
rivedere la stazione di fontina,

la piazza di toma valdostana
i taxi in provolone, sbrinz e grana.
“Da qui” pensò, “più non me ne andrò.”
E per la noia, tosto, stagionò.



Scritto da
  Giulia
Scritto da: storieinfinite alle ore 22:40 | Permalink | commenti
categoria:illustrati, topipittori
giovedì, 18 gennaio 2007

Copertina


DUE SCIMMIE IN CUCINA

Giovanna Zoboli | Guido scarabattolo

Topipittori (2006)

32 pagine a colori in formato 20x26,5 cm
euro 13,00
Progetto grafico: Guido scarabattolo
Stampa: Grafiche AZ (Vr)
 



UNA TRAMA

Ci sono libri capaci di suscitare nel lettore reazioni di perdurante adesione e che si prestano, senza rischio di indebolimento, a ripetute letture. Il successo di questi oggetti, solo parzialmente dovuto al caso, ha radici veritiere che risiedono nel processo di composizione e si riconosce dal solido stato di compiutezza che li contraddistingue.

Due scimmie in cucina, non solo fa parte di questa non troppo estesa famiglia di libri, ma suggerisce molteplici percorsi di lettura, che attestano le ragioni della sua difficilmente contestabile riuscita. Proverò a tracciare alcuni esempi.

“C’era un bambino di nome michele | e più di tutto gli piacevano le scimmie”. In fondo, questa, che è la frase di apertura, potrebbe contenere in sé tutta la storia: un bambino, il suo nome e l’amore per le scimmie. Anche se poi Michele incontra una bambina, sua sorella, che al giusto tempo si unirà alla scimmiesca banda, anche se una cucina di città ha caratteri di giungla, oceano, satellite, la storia è tutta lì: “c’era un bambino di nome michele e più di tutto gli piacevano le scimmie”.

Quest’incipit possiede un tono caratteristico di cui beneficia l’intero impianto testuale e visivo. È piano, immediatamente localizzabile, conciso, per nulla ingannevole. Ci si può fidare di un lettore come Michele che incontra per la prima volta le scimmie sulle pagine di un libro, il suo, e che gli vediamo stringere tra le mani nel secondo quadro.

Dal libro proviene l’amore di Michele per gli animali. Nel libro passa il patto di fiducia che lega il lettore alla sua storia. Se Michele ha trovato l’esperienza della lettura così convincente da innescare metamorfosi, temerarie esplorazioni, contagioso umorismo, noi possiamo sperare che diventeremo in un sol colpo amici di Michele, delle scimmie e dei libri.

Abbiamo prove, documentate e tangibili, che le scimmie fanno una gran quantità di cose. Se si legge, “abitano insieme | in gruppo | mangiano frutta | ascoltano musica | ballano | e perseguitano le formiche”. Se si guarda, le scimmie sono blu, vivono sui rami di un grande albero azzurro, amano portare la macchina fotografica al collo, leggono Zip, alcune sorridono, altre penzolano perplesse o mangiano anguria, in compagnia di insetti, rettili, uccelli e piccole utilitarie a portata di pulce. Di giorno il cielo ha il colore delle banane, di notte si accende di rosso.

Si innamorano perfino, questi acrobati scodinzolanti che sanciscono patti d’amore bevendo gazzosa e scambiandosi rose. Se le cose stanno proprio così, il viaggio può finalmente avere inizio.

Fin dagli sguardi, il libro si compone di quadri (quindici in tutto, per un totale di trentadue pagine) che sfruttano l’ampiezza della doppia pagina, dando corpo pienamente alla tavola dipinta e non interrompendo mai il contrappunto dinamico tra testo e illustrazione. Rispettando lo stesso principio, è possibile in qualsiasi momento lo si desideri, rovesciare il libro e, unendo copertina a dorso, ritrovare senza sforzo due scimmie in cucina, imperturbabili di fronte allo scenario ipnotico e sconcertante della città degli uomini.

Se non mi sono persa, il luogo in cui ci troviamo a pag. 12 non è esattamente una cucina e non è esattamente una foresta. Ci sono le (in)solite scimmie vere e una scimmia senza coda, mascherata; sgabelli e tronchi sospesi; lampade a soffitto e una sveglia che forse batte le tre o forse è ferma da giorni mesi anni. A confonderci ci si mette pure una bambina senza nome, sorella di Michele. “Un giorno disse | non è vero niente | ti sei inventato tutto | tu e il tuo libro dite un sacco di bugie”.

“Vieni con me disse michele”, tanto basta. Nessuno indietro, non ci siamo smarriti. A pag. 14 sediamo esattamente sopra un armadietto della cucina. Guido Scarabottolo segna la mappa dei continenti eleggendo un cucù a terra svizzera, un tappeto a Oceano non meglio precisato: scrive per la prima volta anche lui, come Giovanna Zoboli delle parole, ma diversamente da lei, matita alla mano come per disegnare, a suggerire che la sua toponomastica potrebbe essere favorevolmente ampliata da quella dei lettori. Ve lo assicuro: c’è chi trova l’India nel rubinetto, chi dichiara di aver scoperto un cimitero dentro un innaffiatoio; i più banali si ostinano a pensare che nella tazza sul tavolo giaccia la Cina e non l’Inghilterra. Nessun dubbio sull’Africa, magma di seduzione anche per tribù di mandarini e teiere a riposo. È evidente, del resto, che nel vaso verde spunta l’Amazzonia. Giù dove il grigio è di tre colori, l’America.

Lo spazio narrativo ha da tempo smesso di rispettare i centimetri della cornice e la metratura d’appartamento. Per questo ogni foglio dà l’impressione di non terminare, ma di prolungarsi o derivare, di muoversi seguendo l’incresparsi delle pagine che avanzano e sulla cresta di quest’onda noi ci troviamo a meditare, a verificare la credibilità di ogni mossa, a badare di non perdere di vista il coraggio della lentezza sancito solennemente dalla presenza di un leone e di un elefante.

Non tutti trovano pace con il re della foresta. “Non ho tempo”, si sbriga la sorella. Per lei c’è da correre alla sbarra, fare spelling e ripetere ideogrammi; prima di tutto viene la danza, poi l’inglese, poi il cinese, poi l’equilibrismo. Ci vogliono dosi potenti di fermezza in questi casi, Michele lo sa. Tutto potrebbe risolversi con l’ausilio di cose semplici e dolci: una banana e due albicocche, per esempio.

Bugia dei libri o bugia d’oriente? Chi dei due bambini mente? A dire il vero un po’ di inganno appartiene a entrambi, ma la risposta è dentro il frutto e dopo aver mangiato, fine dei dubbi: “è vero qui ci si sta proprio bene”. La sorella di Michele smette l’abituale rosa confetto e si tinge di blu, segnalando con il cambiamento cromatico, anche ai più distratti, di essere diventata finalmente una scimmia!

Con il tramonto il libro tocca uno dei momenti più emozionanti perché ci sentiamo davvero in alto, vicini alle antenne e agli aerei, sulle nuvole di un armadietto. Michele e sorella ci danno le spalle, al solito il leopardo è morto di sonno, ma rispetto al quadro delle scimmie innamorate ha cambiato posizione sdraiandosi non più a destra, ma sulla sinistra. Il gioco delle corrispondenze interne e delle simmetrie è condotto dal duo Zoboli-Scarabottolo con regolarità e senza frenesia. Deposita indizi illuminanti su quanto sia costato in termini strutturali, comporre l’amicizia fra parole e immagini, di cui va fiera la collana ‘Albi’. Aiuta a capire che libri come questi, nascono per prima cosa da una difesa strenua della forma, che significa grammatica, pensiero, senso.

Ce ne stiamo a prendere il fresco con la bocca spalancata (questo non si vede, ma così immagino che sia), forse sereni, forse preoccupati, comunque assorti. Al punto che sfugge il suono del campanello, il rintocco della chiave nella toppa che qualcuno sta girando per entrare, il rumore compatto di una borsa di cartone ricolma di verdure, pane e salsa di pomodoro, i passi di una famigliare falcata femminile. Tutto ciò a nostra insaputa, ma si svolge: senza questa sequenza ordinata di fatti invisibili, non si spiegherebbero la comparsa di un’ennesima figura e il ritorno a una situazione di stasi.

La mamma arriva non vista e non vista rimane, giusto il tempo di una risata da scimmie e una foto di gruppo (‘Albero azzurro con scimmie insetti volanti e altri imperdibili oggetti di design’), con una spiegazione sulle principali occupazioni scimmiesche che invita a fuggire in avanti, tornando all’altezza del terzo quadro. Si scopre una matematica proporzione tra quadro terzo e quadro terz’ultimo che fa pensare a un’esatta riproposizione di testo e illustrazione, a un ritornello. Invece è una variazione, in cui elementi del primo si mantengono nel successivo, altri si aggiungono, altri si dissolvono: più delle immagini sono le parole a non tradire, accantonando la terza persona plurale in favore della prima. “Abitiamo sugli alberi | dissero insieme | e non scendiamo mai”. È così, talvolta, che si diventa scimmie.

Nessuno scandalo in merito agli animali che ancora girano in cucina: un coccodrillo gonfiabile, un pesce congelato, due code blu. Tanto poi, come accadeva a Max Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak, all’ora di cena la fame chiama e non si discute.

Il fantastico abita il reale e nella realtà alberga finzione. Se un problema esiste, e i due autori ce lo pongono senza tregua, riguarda il nostro rapporto con ciò che rischiamo di prender per vero ed è falso e ciò che giuriamo sia falso ed è vero.

 

PERCHÉ LO CONSIGLIO

Due scimmie in cucina mette di buon umore e bussa alla porta, spesso sprangata, dell’intelligenza, dell’attenzione e della serenità. Non è un libro terapeutico, ma a suo modo cura. Viene voglia di cantare, prendere una tavolozza e scalare con fiducia i giorni dell’anno, senza intervento dei genitori.

 

NOTE

Ho dimenticato di soffermarmi sulla cosa forse più ovvia: che amare le scimmie significa amare questi animali. Certo. Ma prima o poi vieni a sapere che l’uomo fu scimmia e che da essa discendono la nostra struttura fisica e il nostro modo di organizzare i pensieri. Imboccato il sentiero del metodo indiziario, si prende atto che Due scimmie in cucina è un libro darwiniano, un breve trattato di laicità. Politicamente scorretto? Eccome!

Il libro è in movimento ed è già sugli scaffali di Francia per i tipi ‘la Joje de Lire’ con il titolo Deux singes dans la cousine.

 

ETÀ

Il libro è uno, ma i casi di lettori che non conoscono la propria età non si contano. Due scimmie in cucina è per chi lo desidera.

 

COME INIZIA

 “C’era un bambino di nome Michele | e più di tutto gli piacevano le scimmie”.


 

Scritto da Giulia

Scritto da: storieinfinite alle ore 18:06 | Permalink | commenti
categoria:illustrati, topipittori
giovedì, 18 gennaio 2007
Copertina

ZOO SEGRETO

Giovanna Zoboli e Francesca Bazzurro
Topipittori (2004) 

32 pagine a colori in formato 20x28,5 cm
euro 12,50
Progetto grafico: Paolo Canton e Guido Scarabottolo
Stampa: Grafiche AZ (Vr)
 



UNA TRAMA

Cosa sono i pensieri? Quale forma li contiene o li determina? In che punto del corpo dimorano? O, meglio detto, in che luogo della terra precipitano, su quale zolla, promontorio o torre? Per Giovanna Zoboli e Francesca Bazzurro – complici di un sodalizio fecondo che le porta tra il 2004 e il 2007 a firmare per Topipittori tre ‘Albi’ (Zoo segreto, Mondocane e Dovunque tu sia, caro coccodrillo, in uscita a primavera) e a inventare il fumetto della Pilly per il mensile per ragazzi “Baribal” –, i pensieri di Angelica transitano in compagnia degli animali in uno Zoo segreto.

“Dolcissimo, possente
dominator di mia profonda mente;
terribile, ma caro
dono del ciel; consorte
ai lúgubri miei giorni,
pensier che innanzi a me sí spesso torni.”

Così Giacomo Leopardi, intorno al 1830, canta Il pensiero dominante.

“Certe volte angelica ha pensieri cattivi | come coccodrilli, | al punto che si spaventa anche lei | altre volte, invece, sono placidi come ippopotami: | così placidi che ci può ballare sopra con in testa | un uccello che canta | (ma attenti: gli ippopotami hanno denti terribili)”.

Così inizia Zoo segreto.

Accostando i due testi, ho capito come attorno all’agettivo placido – molto prima di chiedermi come scrivere questo resoconto – avessi percepito un suono nitido, insostituibile, che andava dritto ai Canti di Leopardi. Al di là delle emozioni che corrispondenze di questo tipo riescono a suscitare, ho deciso ripartire da lì, perché non mi spiego un incipit di tale portata senza la consapevolezza piena, da parte dell’autrice, di compiere un atto volontario, affatto figlio del caso, volto a offrire ai piccoli lettori un ingresso maestoso e senza scampo nel viaggio più pericoloso che ci spetta: quello della mente.

Infatti, la bambina che dà il nome alla protagonista, Angelica, appare in tutto il suo colore sola e sospesa in una pagina senza caratteri, spaziosa, non finita: bianca come la neve, rossa come il sangue.

Il libro si avvale di accorgimenti stilistici basati su principi elementari. Ne enumero alcuni. L’uso di due colori (il rosso e il nero; il bianco appartiene alla carta). La differenziazione tra bambina e animali attraverso il colore (rosso per lei e nero per gli altri), ma anche per mezzo di tecniche pittoriche alternate: Angelica è un pugnetto di china coi capelli graffiati dal vento; le bestie sembrano incise. Lei è rotonda, mobile, mutevole; loro portano il segno di solchi antichi, accennano a Dürer o ai disegni a penna di un miniaturista del 1200, fermano il tempo.

Al contrappunto cromatico che, presumo, in fase di progettazione grafica, abbia convinto Paolo Canton e Guido Scarabottolo a selezionare alcune parole o espressioni (e solo quelle) e a tingerle di rosso, desidero dedicare qualche riga in più.
Ciò accade fin dalla copertina, almeno una volta per pagina e colpisce, a seconda dei casi, congiunzioni (e), sostantivi (principessa; tipi; pancia), aggettivi (cattivi; placidi; colorata), verbi (scappa; immaginare), oggetti (boccia di vetro; cose che brillano), stati d’animo (sono guai), luoghi (abissi; dal nulla). Posto che siamo lontanissimi da qualsiasi tentazione decorativa, l’operazione che ci viene proposta è di tipo semantico.
Non per altro, Zoo segreto si può leggere anche ripercorrendo solo il testo rosso: a quel punto l’attenzione si sposta dalla carta alla bocca, dall’occhio all’orecchio e si fissa sui suoni, sulle durate, sui timbri che i concetti, se detti, producono.
Potreste trovarvi a ripetere parole cercandone ostinatamente l’intonazione esatta ed essere interrotti, in questo vostro sublime sforzo di concentrazione, dallo sguardo ebete di un adulto che vi chiede se siete suonati. In tal caso, proseguite senza incertezza. Ma gli effetti desiderati sono anche altri.
Il colore rosso dice: alt! Qui passa qualcosa di importante! Dice: attento! Conferisce alla lettura un ritmo più percussivo della prosa in nero. Questo rosso, non intacca il disegno dell’autrice, ma è giusto, sembra appartenere da sempre alla sua forma, finale o iniziale che sia.

Non vuole forse dire questo, immaginare?
“Rappresentare alla propria fantasia persone, cose, avvenimenti, in forma di immagini. […] Raffigurare nella fantasia, dar figura concreta a un oggetto del pensiero. […] Dare nella propria fantasia un aspetto determinato a ciò che non si conosce per esperienza. […] Presentare alla fantasia l’immagine di cosa realmente esistente, cercando di indovinarne i probabili aspetti. […] Rappresentare alla mente immagini fittizie, trasferirsi con la fantasia in una situazione irreale. […] Creare nella fantasia immagini o situazioni assunte come materia di un’opera d’arte. […] Ideare, inventare, escogitare con la mente idee da tradursi in pratica. […] Concepire con l’immaginazione cose di cui non si ha cognizione diretta, interpretando per mezzo di induzioni e di congetture la realtà in modo più o meno veritiero, con l’opinione tuttavia di essere nella verità”. (v. immaginare in Vocabolario della lingua italiana, Ist. Encicl. It., Milano, 1987, vol. II, p. 764).

Zoo segreto assume l’aspetto di un oggetto che dura nei secoli, dunque classico, e il carattere di un manufatto sapiente. Si sommano, nel risultato, tecniche manuali e procedimenti meccanici, composizione verbale e discorso grafico. L’amicizia fra testo e illustrazioni, sancita a chiare lettere dal motto degli ‘Albi’ (“Storie nate da grandi amicizie: quelle fra le parole e le immagini”), pare compiersi in modo risoluto, con piglio e libertà.

Già. Libertà. Perché la brezza che tira fra queste pagine spazza il peso della banalità. Dona il premio di un grammo, la gravità di un seme, a chi è disposto ad ascoltare la lingua straniera che qui si scrive, diversa da quella parlata nei telefoni, al cinema, sull’autobus. “Cercate di capire la lingua nostra”, ha scritto Fortini, “solo in apparenza simile a quella che ogni giorno impiegate conversando o pensando. Se ritenete che non valga la fatica, chiudete in fretta i nostri libri e l’età che li produsse; e buona fortuna.”

Cucire una trama ha poco senso se dico che per me, la storia di Angelica ricomincia ad ogni pagina. È un moto perpetuo quello immaginario, senza tregua nell’arco di una vita o di una giornata, di una notte, perfino di un momento. Condotta in solitaria, come le eroiche traversate, l’avventura dei pensieri prevede l’incontro di coccodrilli, meduse, ippopotami, pesci rossi, lucci, gamberi, granchi, uccelli giganteschi, cammelli, talpe, rapaci, calabroni, martin pescatori. Il lungo viaggio si addice solo a piedi snelli, manine scaltre, abiti comodi e larghi, che consentano repentinamente di scivolare e rialzarsi, arrampicarsi e far capriole. Angelica non è speciale, ma possiede ciascun requisito, il che la rende tale.

Avrebbe saputo un bambino che non fosse Angelica raccontare una storia simile? Credo di no, perché il reportage che ci dona, non contempla né duelli né mine; non c’è guerra armata, se non quella interiore. Il suo eroismo dunque, è nel suo essere per prima cosa femmina. Bambina filosofica.

 

PERCHÉ LO CONSIGLIO

Si tratta di un libro che invita bambine e bambini, uomini e donne, a leggere e rileggere, studiare, memorizzare. Se ben nascosto, il suo segreto dura nel tempo.

 

NOTE

Quando la qualità del progetto è così alta in tutte le sue componenti (testo, illustrazioni, progetto grafico, materiali, stampa), viene voglia di saperne di più; di capire cosa significano bicromia, lettering, litografia; di trovare esplicitati in qualche punto del libro i nomi di strumenti e tecniche che hanno permesso di lavorare in modo complesso.

 

ETÀ

Un libro senza età non si lascia imbrigliare. Lo legga chiunque, in qualsiasi stagione dell’anno e della vita.

 

COME INIZIA

L’ho già detto, ma volentieri lo ripeto.

“Certe volte angelica ha pensieri cattivi | come coccodrilli, | al punto che si spaventa anche lei | altre volte, invece, sono placidi come ippopotami: | così placidi che ci può ballare sopra con in testa | un uccello che canta | (ma attenti: gli ippopotami hanno denti terribili)”.


Scritto da  Giulia

Scritto da: storieinfinite alle ore 17:56 | Permalink | commenti
categoria:illustrati
mercoledì, 29 novembre 2006
Voglio inaugurare questo spazio con un primo consiglio, così rompiamo il ghiaccio.
Ci sarà tempo per confezionare manifesti, dichiarazioni di intenti e compagnia bella, per ora passiamo subito ai fatti!

Perché questo romanzo?
Perché nonostante sia da tempo piuttosto cresciuta, ogni volta che lo rileggo mi emoziona e mi commuove, mi fa ridere e mi fa correre tra i prati d'Irlanda.

Quindi, senza altre chiacchiere, andiamo a incominciare!


Copertina

LA PIETRA DEL VECCHIO PESCATORE
di Pat O'Shea
edizione economica TeaDue

Trad. di P.F. Paolini
504 pagine
Quinta edizione   Euro 8,00
titolo originale: The Hounds Of The Morrigan




Pidge ha 12 anni e parecchio sale in zucca. Brigit, sua sorella, ha 7 anni ed è inarrestabile.

Il giorno in cui Pidge si sente spinto irresistibilmente a comprare un vecchio libro miniato in una libreria antiquaria di Galway comincia un'avventura che poterà i due fratelli a compiere una missione per conto del Dagda, il dio buono e gentile delle leggende irlandesi.

Pidge e Brigit, inseguiti dagli implacabili segugi della Morrigan, che a volte sono cani dalle zampe veloci e altre prendono la forma di alti e loschissimi figuri, dovranno fare in modo che il maligno serpente Olc Glas non sia liberato dalla prigione di carta in cui secoli prima lo rinchiuse San Patrizio, altrimenti la Morrigan riprenderà tutti i suoi poteri e per il mondo sorgerà una nuova era di guerre e di violenza.

E' un inseguimento attraverso due mondi, l'Irlanda e il mondo di Faerie, dove i due fratelli incontrano innumerevoli pericoli e tranelli, aiutati da temerari ranocchi, cigni, vagabondi, vecchi saggi pescatori e tutti i personaggi del folklore irlandese, in un crescendo di avventure che culminano con lo svelarsi del mito, della leggenda splendente e eroica, nascosta sotto la patina del quotidiano e del familiare.

Melodie Moonlight e Breda Fairfoul, daranno la caccia a Pidge e Brigit senza concedere tregua, ingannando, mentendo e chiamando a raccolta tutti i poteri della Morrigan per opporsi agli aiuti che il Dagda farà trovare ai ragazzi durante il viaggio.
E' un racconto fatto di personaggi che conquistano e si fanno amare da subito, persino quando si tratta di perfidi e instancabili segugi che possono inseguirvi soltanto se fuggite, perché nel regno delle leggende le regole sono regole per tutti, persino per i malvagi.
Ci sono stelle che scrivono in cielo, forfecchie matte, c'è Cu rua, la volpe e c'è Cu Chulainn l'eroe, c'è una vecchia zia che dà la caccia alle galline disobbedienti e c'è un' asina di nome Serena, c'è un segnavento con problemi di mal di testa e un vecchio castello in cui il peggior crimine è essere Pedoni...

Soltanto alla fine la trama di quotidiana bizzarria si scioglie, per mostrare chi sono gli eroi nascosti sotto la maschera di contadini e gli dei nei panni di vagabondi, fino al confronto finale contro le forze soverchianti e terrificanti che la Morrigan mette in campo contro i due bambini, due ragazzini capaci di farle fronte armati di coraggio, determinazione e fantasia.


Perché lo consiglio?
Perché è una storia entusiasmante, una corsa folle attraverso il folklore irlandese, un continuo comparire di personaggi tutti da scoprire e da amare.
E' un libro con cui si ride e si sogna, si ammirano il coraggio e la forza dei due bambini, la loro capacità di non perdersi d'animo e di affrontare le molte prove che la missione richiede.
E' una fiaba con tutti gli elementi più classici, sviluppata su tante pagine, che però scivolano via con velocità sorprendente.
E' scritto con un linguaggio ricco, elaborato, poetico dove vuol essere poetico, sgangherato quando l'occasione lo richiede, una scrittura (e un' ottima traduzione di conseguenza) non banale, non consueta e al tempo stesso leggibile e sonora come una ballata.


Per quale età?
Trovo che questo sia uno di quei libri che sono perfetti per essere letti ad alta voce da un adulto e, con la sua presenza quindi a disposizione per le spiegazioni e i commenti, lo ritengo adatto anche a bambini dai sei-sette anni in su.
Se diretto ad una lettura autonoma, allora l'età dovrebbe forse alzarsi un pochettino, partendo dagli otto nove anni, anche perché l'edizione che più comunemente si trova in commercio è composta di cinquecento e passa pagine scritte fitte fitte che forse potrebbero spaventare un po'.


Note varie:
Il romanzo è corredato da sporadiche ma fondamentali illustrazioni che sono inserite nella narrazione di tanto in tanto al posto delle descrizioni.(Per esempio, Pidge si trova con la sua bicicletta ad un incrocio con alcuni bizzarri cartelli stradali: i cartelli appaiono disegnati nella pagina corrispondente del romanzo, nel mezzo della narrazione)

Nell'appendice dell'edizione TEA si può trovare una piccola bibliografia che consente di conoscere i testi che Pat O' Shea ha usato per documentarsi nella scrittura del romanzo.

Pat O' Shea, autrice di questo romanzo, è nata a Galway nel 1931. Cresciuta in mezzo a storie e personaggi molto simili a quelli che si incontrano nel suo libro, ha dedicato dieci anni alla stesura de quest' opera.

Come inizia:

Levandosi in alto, su su, salirono in cielo e volarono.
Da ovest e oltre l'ovest, controvento e col vento, sorpassarono innumerevoli lune e soli.
Una rise e, brevemente, portò fra i capelli un diamante di gocce di pioggia iridate. Poi diede malignamente un calcetto a una nube e provocò una pioggia, che riempì d'acqua una barca.
A volte, si tuffavano entro la scia della luna sulla cupa superficie del mare e, aperte le bocche, ne inghiottivano l'argento. A volte, planavano sul luccicante strascico del sole nell'oceano verde-blu e, spalancate le bocche, ne trincavano l'oro...


Scritto da: 0uroboros alle ore 18:21 | Permalink | commenti (3)
categoria:miti e leggende, romanzi, fantastico
lunedì, 27 novembre 2006
Ecco qui... Ho fatto qualche modifica, che ve ne pare?
Fatemi sapere, si accettano critiche costruttive, distruttive, oppositive, narrative...
^__^
Scritto da: 0uroboros alle ore 18:22 | Permalink | commenti
categoria:
domenica, 26 novembre 2006
lo spazio è nato, ora bisogna arredarlo, riempirlo, plasmarlo come più ci piace.
Per ora siamo in rodaggio, il template è provvisorio e ci sono molti spazi da riempire...
Insomma: Lavori in corso!
Scritto da: 0uroboros alle ore 20:02 | Permalink | commenti
categoria:comunicazioni