
DUE SCIMMIE IN CUCINA
Giovanna Zoboli | Guido scarabattolo
Topipittori (2006)
32 pagine a colori in formato 20x26,5 cm
euro 13,00
Progetto grafico: Guido scarabattolo
Stampa: Grafiche AZ (Vr)
UNA TRAMA
Ci sono libri capaci di suscitare nel lettore reazioni di perdurante adesione e che si prestano, senza rischio di indebolimento, a ripetute letture. Il successo di questi oggetti, solo parzialmente dovuto al caso, ha radici veritiere che risiedono nel processo di composizione e si riconosce dal solido stato di compiutezza che li contraddistingue.
Due scimmie in cucina, non solo fa parte di questa non troppo estesa famiglia di libri, ma suggerisce molteplici percorsi di lettura, che attestano le ragioni della sua difficilmente contestabile riuscita. Proverò a tracciare alcuni esempi.
“C’era un bambino di nome michele | e più di tutto gli piacevano le scimmie”. In fondo, questa, che è la frase di apertura, potrebbe contenere in sé tutta la storia: un bambino, il suo nome e l’amore per le scimmie. Anche se poi Michele incontra una bambina, sua sorella, che al giusto tempo si unirà alla scimmiesca banda, anche se una cucina di città ha caratteri di giungla, oceano, satellite, la storia è tutta lì: “c’era un bambino di nome michele e più di tutto gli piacevano le scimmie”.
Quest’incipit possiede un tono caratteristico di cui beneficia l’intero impianto testuale e visivo. È piano, immediatamente localizzabile, conciso, per nulla ingannevole. Ci si può fidare di un lettore come Michele che incontra per la prima volta le scimmie sulle pagine di un libro, il suo, e che gli vediamo stringere tra le mani nel secondo quadro.
Dal libro proviene l’amore di Michele per gli animali. Nel libro passa il patto di fiducia che lega il lettore alla sua storia. Se Michele ha trovato l’esperienza della lettura così convincente da innescare metamorfosi, temerarie esplorazioni, contagioso umorismo, noi possiamo sperare che diventeremo in un sol colpo amici di Michele, delle scimmie e dei libri.
Abbiamo prove, documentate e tangibili, che le scimmie fanno una gran quantità di cose. Se si legge, “abitano insieme | in gruppo | mangiano frutta | ascoltano musica | ballano | e perseguitano le formiche”. Se si guarda, le scimmie sono blu, vivono sui rami di un grande albero azzurro, amano portare la macchina fotografica al collo, leggono Zip, alcune sorridono, altre penzolano perplesse o mangiano anguria, in compagnia di insetti, rettili, uccelli e piccole utilitarie a portata di pulce. Di giorno il cielo ha il colore delle banane, di notte si accende di rosso.
Si innamorano perfino, questi acrobati scodinzolanti che sanciscono patti d’amore bevendo gazzosa e scambiandosi rose. Se le cose stanno proprio così, il viaggio può finalmente avere inizio.
Fin dagli sguardi, il libro si compone di quadri (quindici in tutto, per un totale di trentadue pagine) che sfruttano l’ampiezza della doppia pagina, dando corpo pienamente alla tavola dipinta e non interrompendo mai il contrappunto dinamico tra testo e illustrazione. Rispettando lo stesso principio, è possibile in qualsiasi momento lo si desideri, rovesciare il libro e, unendo copertina a dorso, ritrovare senza sforzo due scimmie in cucina, imperturbabili di fronte allo scenario ipnotico e sconcertante della città degli uomini.
Se non mi sono persa, il luogo in cui ci troviamo a pag. 12 non è esattamente una cucina e non è esattamente una foresta. Ci sono le (in)solite scimmie vere e una scimmia senza coda, mascherata; sgabelli e tronchi sospesi; lampade a soffitto e una sveglia che forse batte le tre o forse è ferma da giorni mesi anni. A confonderci ci si mette pure una bambina senza nome, sorella di Michele. “Un giorno disse | non è vero niente | ti sei inventato tutto | tu e il tuo libro dite un sacco di bugie”.
“Vieni con me disse michele”, tanto basta. Nessuno indietro, non ci siamo smarriti. A pag. 14 sediamo esattamente sopra un armadietto della cucina. Guido Scarabottolo segna la mappa dei continenti eleggendo un cucù a terra svizzera, un tappeto a Oceano non meglio precisato: scrive per la prima volta anche lui, come Giovanna Zoboli delle parole, ma diversamente da lei, matita alla mano come per disegnare, a suggerire che la sua toponomastica potrebbe essere favorevolmente ampliata da quella dei lettori. Ve lo assicuro: c’è chi trova l’India nel rubinetto, chi dichiara di aver scoperto un cimitero dentro un innaffiatoio; i più banali si ostinano a pensare che nella tazza sul tavolo giaccia la Cina e non l’Inghilterra. Nessun dubbio sull’Africa, magma di seduzione anche per tribù di mandarini e teiere a riposo. È evidente, del resto, che nel vaso verde spunta l’Amazzonia. Giù dove il grigio è di tre colori, l’America.
Lo spazio narrativo ha da tempo smesso di rispettare i centimetri della cornice e la metratura d’appartamento. Per questo ogni foglio dà l’impressione di non terminare, ma di prolungarsi o derivare, di muoversi seguendo l’incresparsi delle pagine che avanzano e sulla cresta di quest’onda noi ci troviamo a meditare, a verificare la credibilità di ogni mossa, a badare di non perdere di vista il coraggio della lentezza sancito solennemente dalla presenza di un leone e di un elefante.
Non tutti trovano pace con il re della foresta. “Non ho tempo”, si sbriga la sorella. Per lei c’è da correre alla sbarra, fare spelling e ripetere ideogrammi; prima di tutto viene la danza, poi l’inglese, poi il cinese, poi l’equilibrismo. Ci vogliono dosi potenti di fermezza in questi casi, Michele lo sa. Tutto potrebbe risolversi con l’ausilio di cose semplici e dolci: una banana e due albicocche, per esempio.
Bugia dei libri o bugia d’oriente? Chi dei due bambini mente? A dire il vero un po’ di inganno appartiene a entrambi, ma la risposta è dentro il frutto e dopo aver mangiato, fine dei dubbi: “è vero qui ci si sta proprio bene”. La sorella di Michele smette l’abituale rosa confetto e si tinge di blu, segnalando con il cambiamento cromatico, anche ai più distratti, di essere diventata finalmente una scimmia!
Con il tramonto il libro tocca uno dei momenti più emozionanti perché ci sentiamo davvero in alto, vicini alle antenne e agli aerei, sulle nuvole di un armadietto. Michele e sorella ci danno le spalle, al solito il leopardo è morto di sonno, ma rispetto al quadro delle scimmie innamorate ha cambiato posizione sdraiandosi non più a destra, ma sulla sinistra. Il gioco delle corrispondenze interne e delle simmetrie è condotto dal duo Zoboli-Scarabottolo con regolarità e senza frenesia. Deposita indizi illuminanti su quanto sia costato in termini strutturali, comporre l’amicizia fra parole e immagini, di cui va fiera la collana ‘Albi’. Aiuta a capire che libri come questi, nascono per prima cosa da una difesa strenua della forma, che significa grammatica, pensiero, senso.
Ce ne stiamo a prendere il fresco con la bocca spalancata (questo non si vede, ma così immagino che sia), forse sereni, forse preoccupati, comunque assorti. Al punto che sfugge il suono del campanello, il rintocco della chiave nella toppa che qualcuno sta girando per entrare, il rumore compatto di una borsa di cartone ricolma di verdure, pane e salsa di pomodoro, i passi di una famigliare falcata femminile. Tutto ciò a nostra insaputa, ma si svolge: senza questa sequenza ordinata di fatti invisibili, non si spiegherebbero la comparsa di un’ennesima figura e il ritorno a una situazione di stasi.
La mamma arriva non vista e non vista rimane, giusto il tempo di una risata da scimmie e una foto di gruppo (‘Albero azzurro con scimmie insetti volanti e altri imperdibili oggetti di design’), con una spiegazione sulle principali occupazioni scimmiesche che invita a fuggire in avanti, tornando all’altezza del terzo quadro. Si scopre una matematica proporzione tra quadro terzo e quadro terz’ultimo che fa pensare a un’esatta riproposizione di testo e illustrazione, a un ritornello. Invece è una variazione, in cui elementi del primo si mantengono nel successivo, altri si aggiungono, altri si dissolvono: più delle immagini sono le parole a non tradire, accantonando la terza persona plurale in favore della prima. “Abitiamo sugli alberi | dissero insieme | e non scendiamo mai”. È così, talvolta, che si diventa scimmie.
Nessuno scandalo in merito agli animali che ancora girano in cucina: un coccodrillo gonfiabile, un pesce congelato, due code blu. Tanto poi, come accadeva a Max Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak, all’ora di cena la fame chiama e non si discute.
Il fantastico abita il reale e nella realtà alberga finzione. Se un problema esiste, e i due autori ce lo pongono senza tregua, riguarda il nostro rapporto con ciò che rischiamo di prender per vero ed è falso e ciò che giuriamo sia falso ed è vero.
PERCHÉ LO CONSIGLIO
Due scimmie in cucina mette di buon umore e bussa alla porta, spesso sprangata, dell’intelligenza, dell’attenzione e della serenità. Non è un libro terapeutico, ma a suo modo cura. Viene voglia di cantare, prendere una tavolozza e scalare con fiducia i giorni dell’anno, senza intervento dei genitori.
NOTE
Ho dimenticato di soffermarmi sulla cosa forse più ovvia: che amare le scimmie significa amare questi animali. Certo. Ma prima o poi vieni a sapere che l’uomo fu scimmia e che da essa discendono la nostra struttura fisica e il nostro modo di organizzare i pensieri. Imboccato il sentiero del metodo indiziario, si prende atto che Due scimmie in cucina è un libro darwiniano, un breve trattato di laicità. Politicamente scorretto? Eccome!
Il libro è in movimento ed è già sugli scaffali di Francia per i tipi ‘la Joje de Lire’ con il titolo Deux singes dans la cousine.
ETÀ
Il libro è uno, ma i casi di lettori che non conoscono la propria età non si contano. Due scimmie in cucina è per chi lo desidera.
COME INIZIA
“C’era un bambino di nome Michele | e più di tutto gli piacevano le scimmie”.
Scritto da Giulia

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