martedì, 30 gennaio 2007
copertina

IL LIBRO DELLE TORTE
Giovanna Zoboli | Francesca Ghermandi
Topipittori (2006)

96 pagine – 15 euro
Progetto grafico: Giovanna Durì
Impaginazione: Raffaella De Reggi
Stampa: Grafiche AZ (Vr)




UNA TRAMA
Non è un libro di ricette! La copertina parla chiaro e chi si aspettasse l’ennesimo résumé culinario rimarrebbe sconcertato. Ma non è nemmeno un antiricettario, visto che la parola, in bocca, ha sempre un menu.
Il libro delle torte fa parte della collana ‘Parola magica’, che abbiamo conosciuto con Filastrocca ventosa per bambini col fiato corto (Giovanna Zoboli e Simona Mulazzani, Topipittori 2004) e Filastrocca acqua e sapone per bambini coi piedi sporchi (Giovanna Zoboli e Maja Celija, Topipittori 2004). Un distico sulla quarta di copertina ne precisa il contenuto: “poesie da recitare insieme ai bambini come formule magiche | per superare gli ostacoli lungo il cammino delle giornate”.

Se nel 2004 le difficoltà si superavano con un soffio liberatorio o con un tuffo nella vasca da bagno, nel 2007, sembra dire Il libro delle torte, ciò che serve si chiama fegataccio. Unito a un coltivato senso dell’umorismo, permette di non soccombere al bestiario quotidiano osservato da vicino.

Nella migliore delle ipotesi, Il libro delle torte, ci salva dai mostri con l’antidoto della risata. Nella peggiore, ci fa arrossire, infuriare, nascondere per giorni. Lo smacco di non capire è quello maggiore.
È un libro difficile, perché oltrepassare la soglia della semplificazione espressiva che generalmente ci pedina – ecco ‘gli ostacoli lungo il cammino delle giornate’! – significa riappropriarsi di ciò che facile non è. E per riuscire in questo compito, non c’è che faticare, studiare, ridere di sé.
Vediamo come.

Fedele al proposito di una scrittura in versi, qui Giovanna Zoboli va oltre la filastrocca e compone un canzoniere complesso che alterna il sonetto alla ninna nanna, la ballata al rap, il cha cha cha alla parabola.
Ci torna a mente o lo apprendiamo, che una poesia è fatta di endecasillabi (Capitò che una bella Coca Cola), ottonari (Tre brioche ed un cornetto), quartine (Grassi, unti, coloranti, | pesticidi diserbanti: | dentro il cibo sai com’è, | può finirci non sai che.), terzine (un odore di finto e d’insincero. | Infatti, il panettone qui in questione, | era prodotto in serie, a dir il vero) o versi liberi (*lauta mancia a chi fornirà | informazioni utili). Che rimare non è banale se origina passione (il cascamorto bruno la fissava | e quella tutta quanta liquefava), manda in galera (alla torta mandò una citazione | quanto al cannolo spedito fu in prigione) o al diavolo (Con che stile hanno peccato, | queste gioie del palato).
E che lo si può fare in tanti modi: citando Dante (a quell’idillio non fu galeotto | un caustico bicchiere di chinotto) o per troncamento (Dice una: «Portatemi la boule: | il marmo freddo mi fa un gran mal di cul!»); con rima baciata (C’eran tre paste, meglio pastarelle, | sembravan dolci ed eran cattivelle. | La prima tanto zucchero colava | che al primo sguardo di lei ci si fidava), alternata (Che gran classe, quale charme | ha quel dolce bighellone | nella nota beauty farm | della prima colazione) o incatenata come la terzina dantesca (Un giorno, tre tarme, padre, madre e figlia, | vollero traslocare da un maglione | per un luogo più acconcio alla famiglia. | Adocchiarono un certo panettone, | uvette, canditi ad ogni piano, | farcito all’ananasso e zabaione | un tipo per niente popolano | molto adatto a tarme di livello | con arredi in stile hollywodiano.)

Ne avevamo avuto un esilarante assaggio nel marzo 2002, con Parabola delle arachidi svergognate e Errori di una torta di riso, sulla rivista ‘mercuriodeipiccoli’ (anno I n. 1).
Se si ride non è per la stortaggine dei musi, ma per effetto della ‘lingua’, colonna del racconto testuale e visivo che con ritmo conduce il ballo degli equivoci e delle manie.

Nessuno ha dubbi su cosa siano pizza, mousse e tartine, cannoli, stracchino, pâté. Ma molto ci sfugge di quello che normalmente i cibi fanno: innamorarsi, litigare, ammalarsi, viaggiare, andare al bar, in treno e stare a letto.

Un Sonetto delle cadute di stile apre la raccolta in compagnia di una mosca e di un pelo. L’avvertimento è dato e la pista si addice a ogni tipo di incontro: sconveniente e romantico, raffinato e scaduto, molle e tostato.

Tono e presenze non tradiscono la loro provenienza, che è quella quotidiana e di massa, imbevuta di tic e di intelletto pervicacemente esile. Ma con quale galassia linguistica e convinzione di segno, ce la propongono Giovanna Zoboli e Francesca Ghermandi! Con che spasso e armi affilate! I posteri ne ricaveranno un utile compendio sociologico. Per adesso, accontentiamoci di unirlo ai libri da leggere a dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, settanta, ottanta e novant’anni. E oltre. «Hae sunt divae illae grassae nymphaeque colantes, | albergum quarum, regio propriusque terenus | clauditur in quodam mundi cantone remosso, | quem Spagnolorum nondum garavella catavit». «Queste sono le famose dee grasse, le ninfe che colano unto, la cui residenza, il paese, il territorio loro proprio è nascosto in un remoto angolo del mondo, che nessuna caravella degli Spagnoli ha ancora scoperto». (Teofilo Folengo, Baldus, Torino, Utet 1997, l. I, pp. 70-71).

Stiamo all’inferno e stiamo in paradiso; a spasso con Folengo, a cena con Gadda. Quando ti capita? Parlare del brutto con strumenti di alta raffineria metrica e stilistica.
Il libro delle torte è un fuoriclasse e una speranza, per chi ha «gambe come due spàragi. Idioti dentro la capa più che se la fosse fatta di un tubero, infanti una pur che fosse favella: dopo dodici generazioni di granoturco e di migragna dai piedi verdi venuti fuori anche loro dall’Arca bastarda delle generazioni, a cercar di barbugliare una qualche loro millanteria tirchia nel foro: lo sbilenco foro di Pastrufazio! venuti giù, giù, dai formaggini fetenti del Monte Viejo alle più trombose bocciature dell’Uguirre, muti e acefali in castigliano, sordi al latino, reprobi al greco, inetti alle istorie, col cervello sotto zero in geometria e in aritmetica, non sufficienti nel tiralinee, perfino con la geografia erano insufficienti […] E come a culo indietro discende la nave, così essi, il maggior numero, come nave o gambero, e proprio perché gamberi, a culo indietro, in ragione dei loro non-titoli, discendevano e scivolavano felicemente nel mondo. Pittati di un loro splendore nuovo. E altri, nelle cui gote floride sotto la lucentezza nardosa de’capegli si percepiva di leggieri un’adolescenza alla flanellina, e al rosbiffe. Aiole di rosbiffe!». (Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Milano, Garzanti 1997, cap. VI, pp. 132-133).

Solo tre vengono risparmiati non si sa come: un cornetto mattiniero, una sfoglia sognatrice e un formaggio stagionato. Zoboli e Ghermandi pronunciano una sentenza pirotecnica. Al bando cialtroni e condomini. Al bando turpiloquio, litanie e il ‘parla come magni’.

Niente colori, eccetto la copertina. Si fa spazio ampiamente la dieta Ghermandi: anche le immagini si leggono; anche il bianconero vive; il bianconero, lo dice il termine, mette nero su bianco, cioè scrive, testimonia e, perché no spietatamente, è maestro di disamore e vaneggiamento. Fa giustizia.


Francesca Ghermandi, di questi tempi in libreria anche con Al solito posto (scritto con Pina Varriale per orecchio acerbo, 2006) e Un’estate a Tombstone (COMIX, 2006), scoperchia ad ogni occasione gli umani difetti.
Dal titolo in poi è una caduta in picchiata. Con ghigno e l’intrusione di rumori fuori scena, prende a stilettare negli occhi e nelle bocche, nelle orbite e sui denti. Si fa beffa di sovrani laidi, regine cretine, e il potere finalmente suda, puzza, si squaglia. Fa schifo o pena.

Restano impressi alcuni tipi che in frigo o in autobus, incontriamo tutti i giorni. Il libro delle torte siamo noi.



PERCHÉ LO CONSIGLIO
Perché è un libro non facile che parla del brutto senza censure. Strilla composto, sbrodola in cornice. È doppio. È uno. Contro la stupidità, l’apparenza, l’analfabetismo.
Le autrici avvisano: il tanfo della spocchia non ha eguali.

NOTE
Ci sono termini che si evidenziano per il loro carattere corsivo. Non solo appartenenti al repertorio gastronomico. Sono parole diverse: nomi desueti (aspic); più difficili a scriversi che a dirsi (ragoût); stranieri (beauty farm); che scritti non suonano come detti (cha cha cha); che come detti e scritti hanno più di un significato (golf); comunissimi (sandwich), a tal punto usurati, da perderne spesso la corretta successione di vocali e consonanti, per non parlare degli accenti. Il libro delle torte, che è generoso, ce ne offre gentilmente trentaquattro. Sarà il caso di far tesoro di questo vocabolarietto e apprestarsi ad usarlo.


COME INIZIA
Non dico come inizia, ma riporto per intero Canzoncina del formaggio stagionato e vi saluto.


Un giorno, un signore di formaggio
saltò su un treno per andare in viaggio,
e percorsa una montagna assai massiccia
finì in un paese di salsiccia,

con abitanti in puro suino
e strade e condomini in budellino,
autobus in coppa ed in guanciale
e camicie in prosciutto di cinghiale.

Ma avvezzo alla gente di robiola,
ai palazzi e alle vie di gorgonzola,
ad auto e carrozze in mozzarella
e scarpe e borsette in caciottella,

in quel paese si sentì perduto
e riprese quel treno, risoluto.
Che gioia fu, poi, quella mattina,
rivedere la stazione di fontina,

la piazza di toma valdostana
i taxi in provolone, sbrinz e grana.
“Da qui” pensò, “più non me ne andrò.”
E per la noia, tosto, stagionò.



Scritto da
  Giulia
Scritto da: storieinfinite alle ore 22:40 | Permalink | commenti
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